Arnolfo di Cambio

Logo_Arnolfo_di_Cambio_LOGO R_BLACK ORIZ

Carrello

Non categorizzato

La magnifica ossessione delle “Conversazioni” con Enzo Mari

di Gabriele Bagnasacco

Gli anni della collaborazione con la Arnolfo di Cambio, la nascita dello storico set di bicchieri in cristallo Conversazione, il confronto e lo scambio con una delle più grandi personalità del design italiano.

Ieri sera sono andato a letto un po’ prima del solito, perché avevo voglia di chiacchierare ed abbracciare la mia compagna Dasha, che era sveglia insieme ai nostri due bambini di 2 e 4 anni. Mi sono sdraiato e ho subito avvertito delle strane sensazioni.

L’articolo apparso su La Repubblica dello scorso 20 Ottobre a firma di Elena Stancanelli Lea Vergine e Enzo Mari, la magnifica ossessione d’amore”, mi aveva colpito nel profondo e mi era rimasto in mente per tutta la giornata. Nel tradurre a Dasha le parole della Stancanelli, cercando di trasmetterle ogni piccola sfumatura, la tristezza per la scomparsa di Enzo Mari ha pervaso ogni angolo della camera.

Ho incontrato per la prima volta Enzo nel 1999 tramite François Burkhardt, che avevo invece conosciuto nel 1993. Avevo chiesto a François di accettare l’art direction della Arnolfo di Cambio creando un catalogo a parte, poi chiamato “Arnolfo di Cambio CLEARLINE”. L’idea era di invitare nuovi architetti e designers a disegnare le nostre nuove collezioni, per proseguire il cammino iniziato da mio nonno Bruno e da papà Gilberto nel lontano 1962. Fin dall’inizio il nonno, e soprattutto mio papà, avevano deciso di distinguere la loro nuova “creatura”, la Arnolfo di Cambio, coinvolgendo designer emergenti da supportare sviluppando macchinari utili a sveltire i processi produttivi, per far sì che nessun progetto creativo fosse impossibile da realizzare. È così che nacquero lo SMOKE di Joe Colombo nel 1962, il PITAGORA di Marco Zanuso nel 1969, il CIBI di Cini Boeri nel 1973, per citarne soltanto alcuni. Ogni progetto, ogni prototipo porta con sé episodi e aneddoti che porterebbero troppo lontano.

Ma torniamo a Enzo. Contattato da François, lo invitiamo insieme a Ettore Sottsass e Roger Tallon a farci visita a Colle Val d’Elsa, per assistere dal vivo ai processi della nostra filiera produttiva. Ettore, il più anziano dei tre, declinò l’invito chiedendomi in sostituzione un incontro a Milano, nel corso del quale mi disse che avrebbe progettato i miei oggetti a Filicudi, durante le vacanze estive dell’anno successivo.Ettore Sottsass e Roger Tallon arrivarono in una notte di pieno inverno, battuta da una pioggia incalzante. Li accolsi portandoli in uno dei migliori ristoranti di Colle Val d’Elsa, dove avevo riservato il più bel tavolo all’ingresso. Ci sedemmo tutti intorno a una enorme tavola rotonda: Enzo (che scelse la poltrona più bella), Roger, François e Linde, la sua adorabile moglie, e io. Mangiammo in un’atmosfera piacevole e informale e, a fine cena, Enzo e Roger si fecero portare un foglio di carta. Cominciarono a giocare ai designer, facendo schizzi per puro divertimento. L’indomani passai a prenderli poco dopo l’alba, perché in vetreria il lavoro comincia alle cinque del mattino. Tutti assonnati e un po’ provati dalla sera precedente, dal viaggio e dall’ora estremamente mattutina, entrammo in fabbrica dove passammo più di un’ora a osservare le nostre maestranze all’opera, sospesi nella suggestione di un’alba vermiglio, dei fumi del cristallo, del rumore della canne battute, dei suoni della fabbrica. Dopo ci spostammo nello showroom a osservare i prodotti finiti e le innumerevoli domande tecniche che mi fecero, per ore, erano un chiaro segno della loro passione per il lavoro. Mi innamorai di tutti i miei ospiti seduta stante, affascinato dai loro temperamenti e dalle loro conoscenze. Culturalmente mi sentivo e mi sento tuttora minuscolo nei loro confronti: quante volte François mi ha fatto nomi che non conoscevo, citazioni che mi erano oscure e quante volte mi sono ritrovato a rispondere “No, non lo conosco, scusami François sono molto ignorante… Ma illuminami, ti prego…” E, così, pian piano, François mi ha adottato come un figlio, guidandomi per mano nel mondo del design, così affascinante e straordinario.

Enzo Mari è stato sicuramente il designer con cui ho avuto più rapporti, con cui ho passato più tempo e che ho visto con più frequenza tra il 1999 e il 2004. Mi recavo sempre di persona nel suo studio a Milano, in Piazzale Baracca, luogo a me caro anche per i ricordi d’infanzia: a lungo avevo abitato in via Soresina, una piccola traversa di Corso Vercelli, e dalla 1° elementare alla 3° media avevo frequentato il Collegio San Carlo, in Corso Magenta. Spesso, finiti i nostri incontri, davo un passaggio a casa a Enzo, che normalmente camminava con quel suo passo singolare osservando sempre tutto ciò che lo circondava, come se cercasse di cogliere ogni piccola sfumatura del mondo. 

Andare a trovare Enzo mi dava sempre emozioni molto forti, in bilico tra amore e odio, tra curiosità e scocciatura per le sue continue “ramanzine”. Arrivavo pieno di paure e uscivo con la testa in grande confusione, spesso dopo essere stato insultato o maltrattato verbalmente, ma sempre arricchito di grandi stimoli culturali e professionali. Quel corridoio lungo e buio che attraversavo per raggiungere il suo studio mi sembrava infinito, e quando entravo lo trovavo seduto alla sua scrivania piena di oggetti antichi, appena illuminato da luce soffusa. Respiravo quell’aria che soltanto lui riusciva a trasmettermi, ero sempre con il cuore in gola, intimorito dalle lezioni di design o di cultura aziendale che di lì a poco avrei subito.

Una delle prime volte che sono andato a trovarlo in studio, Enzo mi chiese cosa avrei voluto che disegnasse per la Arnolfo di Cambio. “Un nuovo bicchiere”, risposi, e lui, dopo aver sfogliato il catalogo soffermandosi su tutte le forme che trovava corrette (non che gli piacessero, per carità: le trovava solo funzionali…), alla fine disse: “Non penso ci sia esigenza di fare un nuovo bicchiere, ne ha già di bellissimi e che assolvono bene alla loro funzione… Io non credo nel bicchiere decorativo, come qualche mio amico designer che li ha disegnati storti, o di forme geometriche strane che li rendono poco pratici.” Però, subito dopo, Enzo prese un foglio riciclato e con la matita cominciò ad abbozzare alcune forme: una cilindrica, una conica, una bombata e una svasata. Non vedeva altre forme forme funzionali e logiche per i bicchieri, quindi mi provocò chiedendomi: “Vuole che le disegni un bel cilindro o un bel cono? Ma questi ce li ha già… Che senso ha fare un nuovo bicchiere?” Dovetti rispondere in modo attento: “Sì, ma queste forme ci sono già, mentre io sono venuto da lei alla ricerca di qualcosa di nuovo…” E lui: “Voi industriali siete sempre a inseguire il mercato e le richieste dei consumatori, sempre alla ricerca di novità, ma che senso ha? Un bicchiere è un bicchiere, lei ne ha tanti di belli, perché ne vuole uno nuovo?” Ero senza parole e non sapevo come fare a proseguire la conversazione, quindi optai per il silenzio, guardando un po’ Enzo e un po’ fissando il vuoto. Speravo che quel silenzio pesantissimo venisse rotto al più presto da un intervento costruttivo. 

Dopo alcuni interminabili minuti, Enzo mi chiese: “Ma il suo cristallo cosa ha di così unico? Come si riconosce dal vetro?” “Per il piombo”, risposi, “che dà una rifrazione molto superiore al vetro, quindi con spigoli e tagli la luce si valorizza al massimo.” Enzo ci pensò un po’ su: “E se tagliassimo questo cilindro con delle molature?” I minuti seguenti videro alternarsi ipotesi sensate ad altre irrealizzabili, ma a un certo punto fu Enzo a mettere ordine, dicendo che potevamo ipotizzare quattro molature diverse e quindi fare un set di 4 bicchieri dalla stessa forma, ma con tagli tra loro differenti. A quel punto gli dissi che oltre al “tumbler” basso e largo avrei voluto realizzarne anche uno più alto e stretto, e anche un bicchiere da acqua e uno da vino. Ecco perciò che le quattro forme si moltiplicarono per i quattro tagli da lui proposti, per un totale di 16 prodotti nuovi. 

Nacque così la serie “Conversazione”, nome coniato da Enzo. Ci dedicammo al progetto per un intero pomeriggio e conservo ancora il cartoncino dove scrisse di suo pugno i vari nomi ipotizzati. Il nostro rapporto finì senza che mai avessimo litigato. Soltanto, a un certo punto, dopo l’ennesima riunione con i soliti “insulti” e le continue provocazioni, decisi di non fargli più visita e di non cercarlo più. La mia “ossessione” stava scemando.

Enzo mi fece recapitare vari messaggi attraverso conoscenti comuni, ma non raccolsi l’invito a ricontattarlo. Oggi sono qui che penso a quanto mi ha insegnato Enzo e al fatto che non ho avuto modo di ringraziarlo, e che, anzi, a un certo punto sono scappato perché non reggevo più psicologicamente i nostri dialoghi. Ma i suoi insegnamenti sono profondamente radicati in me e oggi che ho raggiunto l’età di 52 anni e ne sono passati ormai 20 anni da quei giorni, penso solo “Grazie Enzo, sei stato un vero, grande Maestro”.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi